L’agenda rossa, la borsa del giudice, il depistaggio

Un’agenda dell’Arma dei Carabinieri, con la copertina rossa, avuta in dono all’inizio dell’anno. Un libricino con la copertina rigida dal quale, negli ultimi mesi, Paolo Borsellino non si separava mai. Sparito a pochi minuti dall’attentato del 19 luglio 1992. In quell’agenda, secondo il racconto dei suoi più stretti collaboratori, e dopo l’attentato a Giovanni Falcone, il giudice aveva iniziato a scrivere una serie di appunti. Nella sua sparizione potrebbe celarsi uno dei grandi misteri della storia italiana.

Si dice che Paolo Borsellino non si separasse mai dalla sua agenda rossa. Era sempre con lui, quando lavorava con Giovanni Falcone, quando andava in chiesa, quando citofonava alla madre. Ed era con lui quando il 19 luglio del 1992 una Fiat 126 esplose, squarciando via d’Amelio, portando via l’ultimo baluardo, forse il più forte, della lotta contro la mafia. Quell’agenda rossa che il magistrato aveva riposto con cura nella ventiquattrore con cui era uscito di casa, quell’agenda che aveva avuto in dono dall’Arma dei Carabinieri all’inizio dell’anno, nessuno l’ha più trovata.

Le testimonianze della moglie Agnese Piraino e del figlio Manfredi lo confermano: quel giorno, Borsellino aveva riposto l’agenda rossa dentro la borsa trovata praticamente intatta dentro l’auto blindata dopo l’esplosione. Nella 24 ore sono stati trovati il costume da bagno che il giudice aveva utilizzato poche ore prima al mare, un paio di occhiali da sole, altri effetti personali. Nulla più.

Borsellino era solito prendere appunti nelle agende annuali, dove registrava gli appuntamenti di lavoro, gli spostamenti privati e anche le spese di casa. Nell’agenda rossa, secondo la testimonianza dei suoi più stretti collaboratori, e dopo l’attentato a Giovanni Falcone, il giudice aveva iniziato a scrivere una serie di appunti su quei drammatici giorni seguiti alla strage di Capaci. L’allora tenente Carmelo Canale, uno dei suoi fidati investigatori, lo aveva visto scriverci pochi giorni prima dell’attentato. “Ma che fa, vuole diventare pentito pure lei?” chiese al giudice, scherzando. Ricevette una risposta, che lo gelò: “Sono successi troppi fatti in questi mesi, anch’io ho le mie cose da scrivere”.

In quei giorni Borsellino, da procuratore aggiunto a Palermo, stava raccogliendo le prime rivelazioni di diversi “pentiti” di mafia di primissimo piano. Con lui aveva iniziato a collaborare Gaspare Mutolo, ex autista dell’allora latitante Totò Riina, che svelò i nomi delle “talpe” di Cosa nostra nelle istituzioni come l’ex numero 3 del Sisde, Bruno Contrada, o il magistrato Domenico Signorino. E in quei giorni aveva avuto notizia di un “dialogo” tra pezzi dello Stato e i mafiosi, cioè la “trattativa” di cui si sta occupando il processo in corso a Palermo a carico di alti ufficiali dei carabinieri, mafiosi, politici. L’1 luglio, nell’agenda grigia (un’altra agenda che Borsellino teneva a casa e che è stata ritrovata) è segnato il cognome del neo ministro degli Interni, Nicola Mancino, che Borsellino ha incontrato al Viminale. Mancino ha sempre detto di non ricordarsi di quell’incontro.

I familiari di Paolo Borsellino ne denunciarono subito la scomparsa tramite il magistrato  Antonino Caponnetto, fino al 1990 a capo del Pool antimafia. Fu lui a volere accanto a sé Giovanni Falcone e Paolo Borsellino. L’allora capo della Mobile di Palermo, Arnaldo La Barbera, ipotizzò che con molta probabilità l’agenda fosse stata bruciata dalle fiamme in via d’Amelio e che comunque non fosse di importanza investigativa. La Barbera si rivolse ad Agnese Piraino con queste parole: “Quest’agenda è il frutto della vostra farneticazione”.

Quel giorno Borsellino aveva l’agenda con sé
Dalle testimonianze di Agnese Piraino e dei figli Lucia e Manfredi, il 19 luglio 1992 Paolo Borsellino aveva l’agenda rossa sulla scrivania del suo studio nella casa di Villagrazia di Carini e, alla partenza in direzione di via d’Amelio, l’agenda sul tavolo non c’era più. Sappiamo, dal racconto dell’unico sopravvissuto alla strage, l’agente di polizia Antonino Vullo, che Borsellino e la sua scorta non fecero soste durante il percorso verso via d’Amelio e che il giudice era solo al volante della sua Croma blindata. Sappiamo, grazie alle perizie della polizia scientifica su un filmato video, che tra le 17.20 e le 17.30, l’allora capitano dei Carabinieri Giovanni Arcangioli ebbe la borsa in mano e la portò in direzione dell’uscita di via d’Amelio. Sappiamo, dalle dichiarazioni rilasciate ai giornalisti da Arnaldo La Barbera pochi giorni dopo la strage, che la borsa fece tappa alla Questura di Palermo. Sappiamo che la famiglia del giudice controllò la borsa dopo la strage, denunciando la mancanza dell’agenda. Sappiamo che il primo verbale di apertura della borsa fu redatto dalla Procura di Caltanissetta il 5 novembre 1992, ben tre mesi e mezzo dopo la strage. Sappiamo, sempre grazie ai reperti fotografici e video, che la borsa nelle mani di Arcangioli era integra, senza segni di bruciature, mentre la borsa repertata dalla Procura era parzialmente bruciata su un lato.

La borsa del giudice: la foto finita nel dimenticatoio

Giovanni Arcangioli (Rai)

Giovanni Arcangioli (Rai)

Una telefonata anonima decise nel 2005 di far trovare una foto finita nel dimenticatoio per tredici anni, riaprendo il “caso dell’agenda rossa”. Una foto scattata subito dopo l’attentato. Nell’immagine, e poi nei filmati girati dalla Rai, si vede un carabiniere in borghese che si allontana da via d’Amelio con in mano la 24 ore di Borsellino. Ma, si scoprirà dalle indagini e dalle relazioni di servizio, la borsa viene “ufficialmente” ritrovata dentro l’auto blindata del magistrato solo dopo aver compiuto questo strano tragitto. Il colonnello dei carabinieri Giovanni Arcangioli, il carabiniere in borghese che si è allontanato con la borsa in mano, è stato indagato per il reato di furto dell’agenda rossa con l’aggravante di aver favorito l’associazione mafiosa, e poi prosciolto “per non aver commesso il fatto”.

Sulla questione della borsa, sono due i momenti importanti e due i testimoni giunti in via d’Amelio poco dopo la strage: Rosario Farinella e Francesco Paolo Maggi. Le loro dichiarazioni fanno parte delle testimonianze raccolte durante i processi ‘Borsellino TER’ e ‘Borsellino QUATER’.
Rosario Farinella, carabiniere e membro della scorta dell’allora deputato Giuseppe Ayala, è stato identificato come colui che prelevò la borsa, integra, dalla macchina del giudice Borsellino su richiesta dello stesso Ayala.
Francesco Paolo Maggi, agente della Polizia di Stato, dichiarò di aver preso anche lui la borsa e fu incaricato di portarla in un ufficio della Questura di Palermo. Maggi redasse una relazione di servizio con la descrizione minuziosa dei fatti in questione cinque mesi dopo l’evento e su richiesta del funzionario incaricato delle indagini, Arnaldo La Barbera.

Chi ha preso per primo la borsa?
Maggi dichiarò di essere arrivato sul posto quasi contemporaneamente ai primi vigili del fuoco. Ma è ragionevole ritenere che sia stato Farinella ad arrivare sul posto prima di Maggi. A tale conclusione si giunge confrontando gli spostamenti compiuti da Farinella e da Maggi prima di arrivare in via d’Amelio dopo lo scoppio dell’autobomba, fermo restando che tutti e due, una volta arrivati, furono impegnati in altre attività prima di occuparsi della macchina e della borsa del giudice.

Giuseppe Ayala e Giovanni Arcangioli
Abbiamo fin qui ricostruito alcuni passaggi del percorso della borsa di Paolo Borsellino dal momento dell’esplosione all’instante in cui fu verosimilmente depositata in Questura nella stanza di Arnaldo La Barbera. Le parti mancanti sono nei ricordi contrastanti, parzialmente ritrattati o modificati dei due protagonisti principali di questi eventi: Giuseppe Ayala e il carabiniere Giovanni Arcangioli.

Le testimonianze di Giuseppe Ayala
L’allora parlamentare e ora di nuovo magistrato ha dato negli anni cinque versioni differenti della vicenda. Su due punti, invece, ha confermato lo stesso ricordo: non aveva idea che in via d’Amelio abitasse la madre di Borsellino e non conosceva personalmente l’ufficiale al quale consegnò la borsa del giudice.

La prima versione
Nella prima versione, datata 8 aprile 1998 (quindi sette anni prima che comparisse la foto che ritrae Arcangioli con in mano la borsa di Paolo Borsellino), Giuseppe Ayala ha raccontato di aver sentito l’esplosione dal Residence Marbella in cui alloggiava, a 200 metri in linea d’aria dal luogo della strage, e di essersi recato in via d’Amelio a piedi. Ayala ha affermato che davanti alla macchina del giudice Borsellino c’era un ufficiale dei Carabinieri in divisa che aprì la portiera, estrasse la borsa e fece il gesto per consegnargliela, ma lui rifiutò di prenderla in mano.
Tre mesi dopo, ha deposto a Caltanissetta nel processo ‘Borsellino TER’. Ha confermato la versione precedente, dicendo però che non era più sicuro che la persona che prese la borsa dalla macchina del giudice fosse un carabiniere in divisa.

La seconda versione
Nel settembre 2005, viene ascoltato in merito alle indagini seguite al ritrovamento della foto che ritrae il capitano Arcangioli con in mano la 24 ore di Borsellino. Ayala modifica sostanzialmente alcuni punti cruciali dei suoi ricordi, in particolare dal momento in cui si avvicina all’auto del giudice. Non è più l’ufficiale in divisa a estrarre la borsa dall’automobile, ma Ayala in persona ed è lui stesso a consegnarla all’ufficiale. Quando gli viene  mostrata la foto di Arcangioli, dichiara: “Non ricordo di aver mai conosciuto, né all’epoca né successivamente il capitano Arcangioli. Non posso escludere ma neanche affermare con certezza che detto ufficiale sia la persona alla quale io affidai la borsa”.

Ayala ha escluso “in modo perentorio” che sia stato l’ufficiale ad afferrare la borsa e a fare il gesto di passargliela.

La terza versione
Nel febbraio 2006 Ayala viene nuovamente ascoltato. Modifica nuovamente la propria versione dei fatti. Questa volta si dice certo che chi ha prelevato la borsa non fosse in divisa, ma in borghese. Non fu lui quindi a estrarla, ma la prese in mano e la consegnò a un altro ufficiale in divisa.  Dopo essere stato sentito dai PM di Caltanissetta, Ayala viene dunque messo a confronto con Giovanni Arcangioli, il carabiniere ritratto con la 24 ore in mano. Arcangioli ha dichiarato di aver ricevuto l’ordine di prendere la borsa probabilmente da Ayala e di aver guardato all’interno assieme a lui. L’ex parlamentare è stato fermissimo nel negare che gli eventi siano andati secondo quanto affermato da Arcangioli. Il giornalista Felice Cavallaro, che era sul luogo dell’attentato, ha confermato la versione di Ayala.

La quarta versione
Luglio 2009. Ayala ha rilasciato un’intervista al sito internet Affaritaliani.it nella quale ha cambiato di nuovo versione: è lui che vede la borsa, la prende e la consegna a un ufficiale dei Carabinieri.

La quinta versione
Borsellino QUATER, maggio 2013. Giuseppe Ayala ha detto di aver udito l’esplosione ed essersi diretto in macchina (quindi non a piedi) con i ragazzi della scorta verso via d’Amelio. A domanda specifica su chi abbia prelevato la borsa, ha risposto: “Ora, se materialmente l’ho presa io o se questa persona me l’ha data, io francamente questo è un dettaglio che non ricordo, non sta a me fare apprezzamenti e ci mancherebbe altro, ma la cosa importante è che io questa borsa l’ho avuta in mano, non c’è dubbio e l’ho consegnata immediatamente a un ufficiale dei Carabinieri, e lì finisce il mio rapporto con la borsa.”

Alla domanda se abbia aperto o meno la borsa, Ayala ha risposto:

“Posto che l’agenda era nella borsa, non possiamo dubitarne, posto che il contenuto di quell’agenda era ignoto, tranne che al povero Paolo (…), la borsa non viene svuotata, viene eliminata l’agenda. Non penso che il criterio selettivo, perché di prelievo selettivo si tratta, sia stato in base al colore dell’agenda, io credo che sia stato in base al contenuto dell’agenda, allora ci vuole qualcuno che ha avuto il tempo di tirarla fuori, leggere e ritenere, tradendo le istituzioni, che era meglio che quella roba lì non venisse fuori. Lei pensa sia possibile farlo in quel contesto, davanti a decine di persone? (…) Senza che nessuno se ne accorga?”

Quindi, il Pm ha chiesto ulteriori informazioni riguardo all’ufficiale a cui avrebbe consegnato la borsa e Ayala ha affermato:

“Aveva un’uniforme (…) Quando in un primo momento ho detto ‘ma come ho individuato questo ufficiale dei Carabinieri?’, poi c’ho riflettuto ed era un’uniforme non estiva, cioè non una di queste camicie azzurre, diciamo, era un’uniforme classica. Il grado non glielo so dire assolutamente ma ho capito che era un ufficiale, che era un carabiniere è sicuro. Non conoscevo quest’ufficiale”.

Le deposizioni di Giovanni Arcangioli
Il tenente colonnello dei Carabinieri Giovanni Arcangioli (all’epoca dei fatti capitano) è colui che è stato ripreso da un fotografo poco dopo la strage mentre trasporta la borsa del giudice Borsellino verso l’uscita di via d’Amelio, in direzione di via Autonomia Siciliana. Dopo il ritrovamento della foto prima e di un video poi, l’autorità giudiziaria di Caltanissetta il 5 maggio 2005 lo convoca come persona informata sui fatti.

La prima versione
5 maggio 2005. Davanti ai magistrati, Giovanni Arcangioli ha rilasciato la sua prima versione:
“Allorché giunsi sul posto la scena del delitto non era stata ancora perimetrata (…) Vi erano all’opera i Vigili del Fuoco e, per quanto posso ricordare, arrivò per primo il magistrato dottor Ayala. (…). Arrivò sul posto il dottor Teresi e anche il dott. Di Pisa, magistrato di turno. Non ricordo se il dottor Ayala o il dottor Teresi, ma più probabilmente il primo dei due, e sicuramente non il dottor Di Pisa, mi informarono del fatto che doveva esistere una agenda tenuta dal dottor Borsellino e mi chiesero di controllare se per caso all’interno della vettura vi fosse una tale agenda, eventualmente all’interno di una borsa. Se non ricordo male, aprii lo sportello posteriore sinistro e posata sul pianale, dove si poggiano di solito i piedi, rinvenni una borsa, credo di color marrone, in pelle, che prelevai e portai dove stavano in attesa il dottore Ayala e il dottore Teresi. Uno dei due predetti magistrati aprì la borsa e constatammo che non vi era all’interno alcuna agenda, ma soltanto dei fogli di carta. Verificato ciò, non ricordo esattamente lo svolgersi dei fatti. Per quanto posso ricordare, incaricai uno dei miei collaboratori di cui non ricordo il nome, di depositare la borsa nella macchina di servizio di uno dei magistrati”.

La seconda versione
Nel giorno del confronto con Giuseppe Ayala, l’8 febbraio 2006, Arcangioli ha dato la sua seconda versione, più sfocata della precedente, nella quale ha escluso la presenza di altri magistrati, ma ha confermato quella di Ayala. In questa occasione Arcangioli ha cambiato il luogo dove avrebbe riposizionato la borsa dopo averla controllata (non la macchina di un magistrato, ma quella di Borsellino) e non ha certezza del fatto che Ayala e Teresi lo abbiano informato dell’esistenza di un’agenda.

La deposizione al processo ‘Borsellino QUATER’
Il 14 maggio 2013 Giovanni Arcangioli ha deposto a Caltanissetta al processo ‘Borsellino QUATER’. “Quando mi hanno dato quella borsa – ha testimoniato Arcangioli  ho aperto la borsa ed ho controllato, non ho visto niente di importante, la borsa aveva un valore pari a zero(…) Il primo dei magistrati che vidi io fu il dottor Ayala. (…) Non ricordo di averla presa io la borsa dalla macchina, quindi immagino che me la abbiano passata. (…) Io mi ricordo la presenza del dottor Ayala, mi ricordo che fece un qualche cosa, non ho il ricordo esatto di cosa fece.”

Le domande ancora aperte
La versione dei fatti che sembra più probabile vede il dottor Ayala e il caposcorta Farinella arrivare tra i primi sul luogo della strage, aprire la macchina del giudice con l’aiuto di un vigile del fuoco, prelevare la borsa ancora integra e consegnarla a una persona non meglio identificata.
chi è la persona alla quale fu consegnata la 24 ore di Borsellino? Era un ufficiale dei Carabinieri?
La borsa compare successivamente in mano al capitano Arcangioli, che si dirige con essa verso la fine di Via d’Amelio.
perché Arcangioli si sposta verso l’uscita della via? Cosa fa con la borsa?
La borsa alla fine ricompare all’interno della macchina del giudice, dove è trovata dall’agente Francesco Maggi. Al momento del prelievo da parte di Maggi, la borsa presenta segni di bruciature.

L’agenda rossa di Paolo Borsellino sparì nel pomeriggio del 19 luglio 1992.

Chi l’ha presa?

Chissà, forse un uomo delle istituzioni ha in mano l’agenda rossa di Paolo: sono sicura che esiste ancora. Non è andata dispersa nell’inferno di via d’Amelio, ma era nella borsa di mio marito, borsa che è stata recuperata integra, con diverse altre cose dentro. Sono sicura che qualcuno la conserva ancora l’agenda rossa, per acquisire potere e soldi. Quell’uomo che ha trafugato l’agenda rossa sappia che io non gli darò tregua. Nessun italiano deve dargli tregua”.  (Agnese Borsellino)

IL DEPISTAGGIO
Vincenzo Scarantino rappresenta l’uomo chiave della presunta opera di depistaggio messa in atto subito dopo la strage di Via d’Amelio.

Un fermo immagine preso dalla trasmissione di Michele Santoro 'Servizio Pubblico' in onda su La7 il 30 gennaio 2014 mostra il falso pentito di mafia Vincenzo Scarantino, arrestato e prelevato dalla Polizia al termine della puntata. (Ansa/La7)

Un fermo immagine preso dalla trasmissione di Michele Santoro ‘Servizio Pubblico’ in onda su La7 il 30 gennaio 2014 mostra il falso pentito di mafia Vincenzo Scarantino, arrestato e prelevato dalla Polizia al termine della puntata. (Ansa/La7)

Il depistatore, il burattino in mano a orchestratori ancora ignoti, è stato protagonista di confessioni e versioni poco credibili, ritrattazioni e nuove marce indietro per ben 17 anni. Fino, cioè, al 2009, quando sulla scena irruppe Gaspare Spatuzza, il killer armato dai fratelli Graviano, che si autoaccusò dell’attentato.

I dubbi sulle indagini condotte dopo il 19 luglio 1992 diventarono qualcosa di più, Spatuzza cancellò la verità su via d’Amelio certificata dalla Cassazione.  Smentì Scarantino, sostenne di essere stato lui a rubare la Fiat 126 utilizzata per l’attentato (su richiesta dei Graviano) e di aver procurato l’esplosivo. Caddero, così, anche le testimonianze di altri due falsi pentiti, Salvatore Candura e Francesco Andriotta.  E arrivarono le confessioni vere.

Le prime indagini, i primi arresti, le false testimonianze

Nei giorni che seguirono il 19 luglio 1992, emerge la tesi che l’esplosivo sulla Fiat 126, utilizzato per uccidere Borsellino e i cinque agenti della scorta (Emanuela Loi, Walter Eddie Cosina, Claudio Traina, Agostino Catalano, Vincenzo Li Muli) sia stato azionato a distanza con un telecomando. L’esperto informatico Gioacchino Genchi riceve dalla Procura di Caltanissetta (deputata a indagare su via d’Amelio) il compito di iniziare una serie di accertamenti sui telefoni intorno al luogo della strage. A seguito di questa indagine Genchi scopre che al Castello Utveggio, posto sul Monte Pellegrino (che ‘vede’ via d’Amelio), il Sisde  aveva un centro operativo. Il Sisde è il servizio segreto interno che contava tra i suoi massimi esponenti Bruno Contrada, che Mutolo aveva indicato a Borsellino come ‘colluso’ con Cosa Nostra e che sarà arrestato nel dicembre 1992 e condannato in via definitiva nel 2007 a 10 anni di carcere per concorso esterno in associazione mafiosa.

A settembre, viene arrestato per rapina e violenza Salvatore Candura, un pregiudicato di basso spessore ciminale: interrogato dagli inquirenti ammette il furto di una Fiat 126. Nei giorni che seguono Candura sostiene che a commissionargli il furto è stato un tale Vincenzo Scarantino, con precedenti per spaccio.

Due settimane dopo Scarantino viene tratto in arresto. L’accusa è di essere stato lui il ‘ricettatore’ dell’auto utilizzata per la strageSecondo gli investigatori Cosa Nostra si sarebbe affidata a delinquenti comuni per uno dei passaggi più significativi dell’attentato a Paolo Borsellino.

Ma oltre al piccolo cabotaggio criminale di Scarantino, ci sono molte cose che non convincono. Nessun membro della Commissione di Cosa nostra lo conosceViene fuori un dettaglio che sembra di poco conto: il presunto stragista frequentava transessuali. Impossibile per un ‘uomo d’onore’, inaccettabile per il codice della mafia. In più c’è un racconto che appare subito inverosimile, il come sarebbe venuto a conoscenza dei piani di Riina sull’attentato a Borsellino. Durante una riunione della Commissione, da semplice autista entra nella sala dove sono riuniti i boss per ‘prendere dell’acqua’. Il caso vuole che in quel momento ‘il capo dei capi’ pronunci la sua condanna a morte nei confronti del magistrato. Neanche in un film di quarta categoria.

Fatto sta che a pochi mesi dalla strage la Procura di Caltanisseta guidata da Giovanni Tinebra è certa di avere in mano tutte le tessere del puzzle. A guidare il gruppo investigativo Falcone-Borsellino sulle stragi del 1992 c’è Arnaldo La Barbera.

17 anni dopo Scarantino, Candura e Andriotta ritrattano

Nel settembre del 2009, Scarantino parla davanti ai pm di Caltanissetta. “Io non sapevo neanche dov’era via D’Amelio. Ho parlato solo per paura: mi torturavano, mi picchiavano, mi facevano morire di fame”.  Scarantino dice di avere inventato tutto, che l’unica “cosa vera” è che lui “lavorava con la droga”.  Racconta le minacce che avrebbe subito dagli investigatori, parla di condizionamenti da parte dei magistrati.  Accusa Giovanni Tinebra, nel 1992 numero 1 della Procura di Caltanissetta, il pm Annamaria Palma, il capo della squadra mobile Arnaldo La Barbera. Ritratta definitivamente le false confessioni fatte già nel 1994, l’anno in cui, mentre i suoi familiari inscenavano proteste e sostenevano che venisse  pestato subendo pressioni per pentirsi (era detenuto nel carcere di Pianosa), ‘saltò il fosso’  addossandosi omicidi precedenti al 19 luglio 1992 e indicando altri corresponsabili della strage di via d’Amelio.

Salvatore Candura (che accusò Scarantino di avergli commissionato il furto della 126) lo aveva fatto sei mesi prima, a marzo del 2009: “Non sono un mafioso, La Barbera (all’epoca dei fatti capo della squadra mobile di Palermo, ndr) mi minacciava. Mi diceva tu devi sostenere sempre questa tesi, non ti creare problemi. Ti prometto che ti farò dare un aiuto dallo Stato, 200 milioni, ti faccio aprire un’attività, ti faccio sistemare per tutta la vita”.

In mezzo, la ritrattazione di Francesco Andriotta, il vicino di cella che aveva riportato la presunta confessione di Scarantino: “C’erano delle volte che io volevo ritrattare. Ho preso anche delle botte dentro, in carcere… Io non sapevo nulla della strage di via d’Amelio, ma non sono io che ho costruito le cose. Mi avevano promesso che mi avrebbero fatto togliere l’ergastolo”.

Il processo sul depistaggio
Intanto, il processo sul depistaggio delle indagini sulla morte di Borsellino (il Quater), costato l’ergastolo a otto innocenti liberati dopo 18 anni di carcere duro grazie alle dichiarazioni di Spatuzza, continua a riservare sorprese. L’ultima a giugno di quest’anno.

Gli imputati sono i boss Tutino e Madonia e i falsi pentiti Scarantino, Pulci e Andriotta. L’inchiesta su tre poliziotti del pool coordinato dall’ex questore Arnaldo La Barbera era stata archiviata da poco. Erano accusati di avere, su disposizioni del loro capo, fatto pressioni su Scarantino, perché raccontasse sulla fase esecutiva dell’attentato una verità di comodo.  Ma il 15 giugno, davanti alla corte d’Assise di Caltanissetta, la procura è stata costretta a rinviare la requisitoria sulla base dei nuovi elementi emersi, chiedendo una prosecuzione dell’istruttoria.
Un magistrato, l’ex procuratore aggiunto di Caltanissetta Domenico Gozzo, tra i pm che hanno riaperto le indagini sull’eccidio, nel frattempo trasferito a Palermo, ha presentato a maggio ai colleghi una relazione di servizio in cui racconta di avere saputo dall’ex poliziotto Gioacchino Genchi particolari sul presunto depistaggio.

Genchi, il consulente informatico incaricato nel 1992 di fare accertamenti sui telefoni intorno al luogo della strage, gli avrebbe raccontato che nel ’94 un poliziotto della scientifica di Palermo, Bartolo Iuppa, all’epoca fidanzato di Lucia Borsellino, figlia del magistrato ucciso, ricevette la visita di due colleghi. Gli agenti gli avrebbero detto di non voler sottostare ai diktat dell’allora capo della squadra mobile Arnaldo La Barbera, che voleva imporre a Vincenzo Scarantino le dichiarazioni da rendere sulla strage di via D’Amelio. La Barbera, avrebbe sempre riferito Genchi a Gozzo, venutolo a sapere avrebbe allontanato i due poliziotti dal gruppo investigativo che indagava sulle stragi del ’92.
Interrogato dai pm Nisseni, però, Genchi ha aperto un altro giallo: ha negato di avere parlato della vicenda con Gozzo.  Gozzo non intende deporre al processo nonostante la sua audizione sia stata richiesta dalla procura. La testimonianza non è stata ammessa in quanto, da aggiunto a Caltanissetta, ha coordinato le indagini sull’attentato.

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